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Guinea Bissau, un piccolissimo stato dell’Africa occidentale affacciato sull’ Atlantico. Un paese tuttora tra i piu’ poveri del mondo nonostante i fiumi di miliardi che la cooperazione internazionale sparse un po’ a caso da queste parti nei suoi anni “d’oro. Troppo facile far ricadere la colpa sui governi locali corrotti o sull’ instabilita’ politica dell’area. Troppo poco si e’ detto e scritto sulla malacooperazione, affaire politico imprenditoriale sulla pelle di persone in stato di poverta’. Osservando direttamente, e’ impossibile non porsi la banale ma inevitabile domanda: TUTTI QUEI SOLDI DOVE SONO FINITI? La quota degli aiuti internazionali, in Guinea Bissau, arrivo’ a rappresentare il 61%  del prodotto interno lordo. Oggi l’economia del paese e’ in ginocchio, le esportazioni quasi nulle. Le strade “asfaltate” sono il 10%, anche quelle della capitale Bissau. Le virgolette raccontano la qualita’ del manto stradale, realizzato perlopiu’ da imprese italiane. Lo strato d’asfalto posato in opera era tanto sottile che nel giro di pochi anni solo i fuoristrada erano in grado di percorrerle. La pesca artigianale, una delle principali risorse della regione, nonostante i molti miliardi (mal) spesi in progetti inconcludenti, viene tuttora portata avanti dalla popolazione seguendo modalita’ arcaiche. Le piroghe ricavate da tronchi scavati a mano fanno da triste contraltare alle tabelle del Ministero degli Esteri che elencano trionfalisticamente i fondi stanziati a “sostegno” dello sviluppo di questo settore. La pesca industriale e’ a quasi esclusivo appannaggio dei paesi stranieri.                                           L’agricoltura, dopo tanti bei progettoni e programmoni intergovernativi e non governativi  e’ ferma alla sussistenza; nonostante la quantita’ dei mezzi agricoli donati, inversamente proporzionale alla loro qualita’. Mezzi perlopiu’ inadatti al luogo come all’uso, andati distrutti e venduti a peso. Ne abbiamo visti alcuni, arrugginiti in uno sfasciacarrozze alle porte di Bissau. L’istruzione non se la passa meglio. I missionari si arrangiano come possono con un indiscutibile impegno. Molte scuole, costruite da imprese italiane con muri di polistirolo  e tetti che si sciolgono letteralmente al sole, sono ormai inagibili. Difficile trovare alternative all’imbarazzo e alla vergogna quando i ragazzini che vi giocano ti guardano dritto negli occhi. La sanita’ e’ allo sfascio: L’ospedale 3 Agosto e’ stato distrutto dalle cannonate dalle navi francesi nella guerra civile del 1999, l’ospedale nazionale della capitale solo da pochi mesi puo’ contare su un’ambulanza. Quelle italiane, giunte in Guinea alla fine degli anni ’80 e pagate con qualcuno dei 3000 miliardi di vecchie lire che il FAI (Fondo Aiuti Italiani) del on. Francesco Forte polverizzo’ in poco piu’ di un paio d’anni, sono ridotte ad uno scheletro arrugginito, come il buon nome del nostro Paese. I furgoni Fiat Ducato con i quali erano state astutamente allestite resistettero per pochi mesi alle temibili buche guineane delle quali gli illuminati strateghi cooperativi non conoscevano evidentemente l’esistenza. I loro rottami, sui quali sono ancora ben visibili i mesti vessilli nazionali, giacciono sparpagliati per gli ospedali del paese. In questo delirio a 40 gradi e 96% di umidita’ resti attonito quando incontri un medico come Fanny Rankin Bravo. Cubana, in Guinea Bissau dal 1988 con una volonta’ di acciaio. Con la sua collega Maria Sosa mandano avanti una clinica che in collaborazione con una Ong (Organizzazione non governativa) italo portoghese cura i malati di Aids. Nella struttura semplice e pulita trovi un laboratorio che non ti aspetti, con macchinari donati da poche silenzione aziende italiane o acquistati con fondi raccolti euro su euro. Un generatore regalato da una societa’ vicentina garantisce loro la corrente elettrica che quasi sempre manca da cio’ che resta della rete elettrica nazionale. In un angolo una bilancia donata dal comune di Milano, come quelle che a scuola vedevamo in sala medica, ci fa sentire un po’ casa. Con il 10% delle gestanti sieropositive Fanny e i suoi cercano di evitare la trasmissione verticale dell’Hiv (dalla mamma al figlio) Missione oggi possibile, ma difficilissima: Le case farmaceutiche che non solo non regalano nulla ma vendono a caro prezzo i farmaci antiretrovirali che possono salvare una piccola vita. Anche a chi soldi non ne ha.
Business is business. Anche qui. Con buona pace dei direttori marketing con l’occhialetto alla moda e dei neonati sieropositivi che corrono incontro alla morte. Ed e’ probabilmente business anche a pochi metri dalla clinica, nel magniloquente quartier generale dell’Unicef, dove facendo slalom tra una quarantina di fiammanti fuoristrada da € 63000 cad. (allestimento satellitare escluso) Fanny Rankin Bravo e Maria Sosa si recano periodicamente per sottoporsi all’indecente trafila burocratica per ottenere aiuti per la clinica. Peccato non arrivino mai, e non e’ una battuta. Contrariamente a quel che spesso si pensa il latte in polvere in molti casi rappresenta uno step fondamentale per evitare la trasmissione del virus al poppante: quando la mamma e’ sieropositiva l’allattamento al seno significa un contagio sicuro per il neonato. L’Unicef, oltre a consegnare i vaccini con mesi di ritardo (dettaglio tecnico che ha comportato la morte di diversi bambini), ha adottato la brillante iniziativa di boicottare la Nestle’ e non fornisce il latte in polvere, nonostante decine di richieste e centinaia di bambini deceduti in pochi anni nella sola Bissau. La Nestle’, a sua volta, non lo regala, e anzi pare ne distrugga le eccedenze, per mantenere alti i prezzi. E cosi i neonati si ammalano e muoiono mentre le grandi organizzazioni/aziende internazionali pensano alle loro campagne mediatiche di conferenze e ai manifesti patinati con foto d’autore per convincere l’opinione pubblica della loro bonta’ ed efficienza, a fini d’incasso. Visto da qui fa ancora piu’ male. Come anche l’andirivieni di funzionari delle grandi organizzazioni internazionali al Bissau Hotel, anch’esso d’un cadente Made in Italy prefabbricato, e frequentato da numerose giovanissime ragazze in attesa di qualche fuoristrada bianco con il logo “UN” che troneggia sulle robuste portiere. E a fronte di situazioni come queste impallidiscono le tante incompiute italiane delle quali il paese e’ costellato, impallidiscono gli intrallazzi dei diplomatici, gli alberghi prefabbricati costruiti con i soldi di tutti da qualche console onorario, per poi farne gestire ai figli la discoteca frequentata dai notabili e dagli uomini di obliqui affari. E questo non e’ che un piccolo, dimenticato paese del sud del mondo…

Su tutto questo, una luce bellissima, e migliaia di sorrisi, di mani che ti salutano dal limitare della natura piu’ assoluta. Con sguardi che non potremo mai dimenticare. E centinaia di storie d’ordinaria ingiustizia, ancora tutte da raccontare, e sulle quali riflettere, e magari tentare di far riflettere.